Sacro – Artistico

Duomo di San Pietro

Duomo di S. Pietro © Edoardo Peretto

Duomo di S. Pietro ©  Foto: Edoardo Peretto

Il Duomo di San Pietro, così come appare oggi, è l’ultima di molte ricostruzioni che ebbero inizio da una cappella medioevale dedicata a san Pietro esistente sul colle Gorzone. Dipendente dall’antica Pieve di Pievebelvicino, chiesa madre di tutte le altre della Val Leogra, a partire dal XII sec. l’arciprete trasferì qui la sua residenza e da allora diventò la principale chiesa della vallata. La chiesa attuale, che si raggiunge tramite una scenografica scalinata, costruita nel 1837 da Tommaso Meduna, è preceduta dal classico prònao, con i due piccoli campanili, costruito tra il 1805 e il 1820 da Carlo Barrera, su progetto di Antonio Diedo, che si ispirò al tempietto di Maser del Palladio. La navata centrale, eretta tra il 1740 e il 1754 da Giovanni Battista Miazzi, fu ampliata nel 1780 con il coro, disegnato da Domenico Cerato di Padova. Nel XIX secolo lo sviluppo industriale e l’incremento demografico, legati all’industrializzazione e favoriti da Alessandro Rossi, videro, tra il 1877 e il 1879, la costruzione della canonica e l’ampliamento della chiesa con le due navate.
Mentre gli altari sono di fattura settecentesca, la decorazione interna è opera di vari artisti attivi tra XIX e XX sec., tra cui lo sloveno Valentino Zajec (per i bassorilievi dell’attico della navata e le statue degli apostoli e degli evangelisti), Giovanni Busato (stereocromie del presbiterio e la pala dei ss. Carlo e Luigi), Valentino Pupin (per la volta e la pala di s. Giuseppe), Romano e Guido Cremasco, per le immagini degli altari, Tito Chini (abside e vele delle finestre) e Alfredo Ortelli (Gesù maestro). Nella chiesa e in sacrestia si trovano preziose tele di varie epoche ed autori: da Alessandro Maganza a Tomaso Pasquotti. La chiesa ha due organi: un Mascioni del 1942 e uno di scuola pugliese del XVIII sec. A destra della chiesa, preceduta dal bel giardino pensile, è la canonica, caratterizzata dall’orologio pubblico sulla facciata. Al suo interno sono conservati dipinti di varie epoche e autori. L’edificio ospita all’ultimo piano l’Archivio e Biblioteca del Duomo.

Chiesa della SS. Trinità – Sacrario Militare

SS. Trinità

SS. Trinità

La chiesa della SS. Trinità trae origine da un oratorio del XV secolo; nel corso del XVIII, passata di proprietà a una confraternita aggregata all’ordine dei Trinitari, venne praticamente ricostruita e dal 1807 l’area circostante fu scelta quale sede per il primo cimitero extraurbano scledense. A fine ’800 fu edificato altrove il nuovo cimitero di Schio, perciò la chiesa della SS. Trinità andò lentamente verso uno stato di abbandono. Durante il Primo Conflitto Mondiale chiesa ed ex cimitero furono utilizzati come deposito per armi, vestiario, combustibili e viveri. Terminata la guerra, i caduti sepolti in alcuni cimiteri provvisori della zona vennero trasferiti nel nuovo “cimitero militare della Santissima Trinità” e in quell’occasione anche la chiesa fu restaurata; camposanto e chiesa furono ufficialmente inaugurati il 4 novembre 1925 ed il 29 agosto 1926 il complesso venne visitato da re Vittorio Emanuele III in concomitanza con l’inaugurazione dell’Ossario del Pasubio.
La chiesa presenta al suo interno un’unica ariosa navata; il soffitto è decorato da stucchi e affreschi. Ai lati dell’altare due tele del pittore Valentino Pupin (1830-1886) rappresentano la Resurrezione di Lazzaro ed Ezechiele profetizza sulle ossa aride. Nel 1930 fu inaugurato il Sacrario Militare, costruito su progetto dell’arch. Pietro Del Fabbro. A forma di chiostro di stile quattrocentesco, esso cinge su tre lati l’antica Chiesa della SS. Trinità alla quale si raccorda con un’artistica cancellata in ferro battuto. Al centro del braccio principale si apre la Cappella dei Decorati al Valor Militare, con figurazioni allegoriche alle pareti e il busto in bronzo del Maresciallo d’Italia Guglielmo Pecori Giraldi, Comandante della 1^ Armata.
Nel chiostro del Sacrario sono raccolti i resti di circa 5000 caduti, noti e ignoti, della Prima Guerra Mondiale. Il camposanto con l’ara dei partigiani ai piedi del campanile, il prònao e le grandi lapidi all’interno della chiesa ricordano i caduti sui campi di battaglia dalle guerre del XIX secolo a quella del 1940-45. Il Sacrario è di proprietà demaniale.

Chiesa di San Francesco

S. Francesco

S. Francesco

La chiesa di San Francesco, con elegante campanile aguzzo, è uno dei monumenti più antichi e rappresentativi della Città. Quest’edificio, assieme al convento che sorgeva accanto, fu fondato nel 1424 dai frati minori osservanti guidati da fra Vincenzo da Cori. Dopo qualche difficoltà con il clero cittadino, il convento fu definitivamente stabilito nel 1436. A partire dal 1438, cominciarono i lavori d’ampliamento della primitiva chiesetta, che terminarono attorno al 1442, quando Alberto de la Nichixola ne celebrò la dedicazione il 16 luglio. Nel 1480 risultava costruita una cappella dedicata alla Madonna voluta da Alessandro Pigafetta, un esponente di spicco della nobiltà vicentina. Un nuovo periodo di costruzione si aprì nel XVI secolo e vide l’edificazione della navata laterale (attestata già nel 1512), l’innalzamento del campanile concluso nel 1522 e, soprattutto, una serie di lavori di decorazione. Nel 1810 il convento francescano fu soppresso e vi fu trasferito l’ospedale cittadino. I lavori di adattamento che ne seguirono, mutarono l’edificio, che dell’antico conserva solo i due chiostri. L’aspetto attuale è frutto di lavori di restauro compiuti tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo.
L’esterno del tempio presenta caratteristica facciata asimmetrica (XIX sec.), preceduta da un portico con volte a crociera. Una decorazione con archetti in cotto segna la parete laterale (la Croce Rossa qui presente, durante la guerra segnava l’ospedale). L’interno presenta una navata centrale con tetto a capriate e una navatella. Numerose le opere conservate nella chiesa, dal coro ligneo, risalente al 1504 e opera di Bernardino de Rochis, allo Sposalizio mistico di santa Caterina d’Alessandria, dipinto da Francesco Verla (1512), ai pannelli sotto le capriate, pure del Verla (1520), alla pala dell’altar maggiore di Francesco Maffei, alla Madonna tra i ss. Giovanni Battista e Paolo di Gian Francesco Zilio. Notevole è il Crocifisso ligneo, risalente forse al XIV sec.
Il pavimento ospita ventiquattro tombe terragne delle più nobili famiglie cittadine, con iscrizioni e stemmi.

Ex monastero delle Agostiniane

S. Antonio

S. Antonio

Una delibera comunale del 1492 stabilì di erigere un monastero femminile nei pressi dell’originaria chiesa di Sant’Antonio abate, costruita grazie a un lascito testamentario del 1449. Le soppressioni napoleoniche del 1810 costrinsero le monache Agostiniane a rifugiarsi altrove, per poi tornare nel 1839. Nel 1879 l’arch. Antonio Caregaro Negrin edificò su incarico del sen. Alessandro Rossi l’attuale chiesa con i fabbricati adiacenti. Nel 2005 le ultime Agostiniane furono trasferite presso il monastero di Lecceto (Siena).

Chiesa San Rocco

S. Rocco

S. Rocco

La chiesa, costruita dopo il 1575, fu dedicata a San Rocco, come voto per la liberazione da un’epidemia di peste. Ingrandita nel XVIII secolo, fu rimaneggiata nelle forme attuali da Antonio Caregaro Negrin fra il 1832 e il 1864, come elemento pittoresco del Giardino Jacquard. In questo contesto fu aggiunto lo slanciato campanile ottagonale. L’interno è a una navata, conclusa da un abside, nel quale si trova l’altare del 1765 in marmi policromi con l’immagine della Madonna delle Grazie (opera di Romano Cremasco, 1929).

Chiesa San Giacomo

La chiesa fu voluta agli inizi del XV secolo dalla confraternita penitenziale dei Battuti, ma l’edificio attuale è frutto di consistenti interventi del XIX secolo, di cui è testimone la facciata classicheggiante (1836). L’unico altare, del XIX sec., recupera alcune parti di quello del 1682, opera di Domenico Corberelli. Tra il 1868 e il 1902 Valentino Pupin e Tomaso Pasquotti dipinsero i Dolori della Vergine e la decorazione generale. Sopra la bussola è l’antica pala dell’altare, dipinta dallo scledense Zambon Zamboni (1642).

Chiesa di Santa Maria Incoronata

La chiesa dell’Incoronata fu voluta dalla religiosa scledense Girolama Rossi per dotare la popolosa contrada di Sarèo, ora via Pasubio, di un proprio oratorio. Iniziata nel 1714 e aperta al culto nel 1716, la piccola chiesa ha una facciata con elementi sia classicheggianti, sia barocchi. Le statue del timpano (Madonna con il Bambino tra i SS. Francesco e Sant’Antonio di Padova), sono di Orazio Marinali. All’interno, rinnovato e decorato nel 1950, si segnala la tela del soffitto, dipinta da Giuseppe Mincato.

Chiesa della Sacra Famiglia – Santa Giuseppina Bakhita

Sacra Famiglia

Sacra Famiglia

La chiesa della Sacra Famiglia, tempio dell’Istituto Canossiano, è una delle più recenti tra quelle costruite in città in età preconciliare. La sua costruzione iniziò nel 1850, quando una processione cittadina portò la prima pietra benedetta dall’arciprete mons. Gaetano Greselin sul terreno donato dalla benefattrice Chiara Dalla Piazza. Il progetto fu di Bartolomeo Folladore, ma per la mancanza di fondi i lavori furono interrotti per molti anni, tanto che si conclusero solo nel 1901. La costruzione della chiesa fu determinata dall’insediamento in città della Congregazione delle Figlie della Carità Canossiane (1864) su impulso di mons. Alessandro Garbin.

La chiesa riprende il modello del Pantheon di Roma, riducendolo ad un terzo delle sue dimensioni; l’altezza della cupola è uguale al diametro dell’edificio. La facciata è rimasta incompleta rispetto al progetto originario, che prevedeva un prònao mai costruito. Quattro grandi archi uguali scandiscono l’interno, avvolto in una luce diffusa proveniente dal lucernario circolare al centro della cupola: uno guarda verso l’ingresso, quello opposto si apre nel presbiterio, nel quale si trova l’elegante altar maggiore; gli altri due ospitano gli altari minori dedicati all’Addolorata e a santa Maddalena di Canossa (1774-1835), fondatrice della congregazione delle Canossiane dedicata all’educazione delle ragazze povere e all’assistenza ospedaliera. La cupola è sorretta da sedici colonne corinzie abbinate a quattro nicchioni sormontati da altrettanti dipinti monocromatici di Giuseppe Mincato, collegati all’intitolazione della chiesa. Nel presbiterio, in un’urna di bronzo e vetro, sono conservate le spoglie di santa Giuseppina Bakhita, suora Canossiana di origine sudanese, morta a Schio l’8 febbraio 1947 e beatificata il 17 maggio 1992. In occasione della canonizzazione della Santa, avvenuta il primo ottobre del 2000, la chiesa fu accuratamente restaurata. Annessi all’edificio sacro si trovano il convento delle suore Canossiane e un’esposizione che raccoglie testimonianze sulla vita di santa Giuseppina Bakhita.

Chiesa di San Nicolò ed ex Convento dei Cappuccini

San Nicolò

San Nicolò

Il convento di San Nicolò è una delle prime testimonianze della presenza nel Veneto (la prima nel Vicentino) dell’ordine dei Cappuccini, sorto nel 1528 come nuovo ramo dei Francescani. Nel convento di Schio, fondato dallo scledense fra Matteo Pedrazza, si tenne nel 1537 il primo “capitolo” della Provincia veneta; esso diede nel tempo ospitalità ad importanti figure del mondo francescano, tra cui i santi Lorenzo da Brindisi e Marco d’Aviano. Il convento e la vicina chiesa di San Nicolò, attestata già dalla fine del ’200 e consacrata nel 1602, conobbero nel tempo numerosi lavori di ricostruzione. Nel 1769 il convento fu soppresso, incamerato nei beni della Serenissima e ceduto a privati, mentre la chiesa rimase officiata e aperta ai fedeli. Nel 1946, dopo complessi e delicati passaggi, i Cappuccini tornarono nell’antico convento che venne ufficialmente riaperto con una solenne celebrazione.

Il convento presenta una decina di celle, il refettorio, la cucina, il chiostro e alcune sale di ritrovo; è provvisto anche di un grande orto e giardino ricco di vegetazione. La sobria chiesa di San Nicolò ha un ingresso preceduto da un piccolo portico; in una nicchia sopra la porta laterale sulla destra è collocato un teschio con il severo monito: “O tu mortal che guardi miri e pensi, / io fui quale tu sei con alma e sensi. / Tu pur verrai cangiato qual son io, / pensa di cuore a questo e va con Dio”. L’interno della chiesa è ad unica navata con copertura a capriate; nella cappella laterale di sinistra sono conservate le spoglie di fra Matteo (1906-1989), indimenticata ed esemplare figura di Francescano. Di rilevante pregio artistico sono nell’altar maggiore il secentesco tabernacolo ligneo, intagliato e dorato, la pala opera (1597) di Alessandro Maganza che raffigura San Nicolò con i santi Francesco, Chiara, Lorenzo e Caterina d’Alessandria e due piccole pale con l’Annunciazione, opera pregevole del pittore cappuccino Paolo Piazza.
Nel 2013 gli ultimi frati presenti a San Nicolò furono trasferiti presso altra sede e ciò determinò la chiusura dello storico convento.

Oratorio di Santa Maria in valle

S. Maria in Valle

S. Maria in Valle

Posto sopra la fonte detta Gaminella, questo sacello risale al XV secolo, e fu rimaneggiato nel XVIII secolo. La facciata ha un loggiato con tre colonne in pietra dal capitello quattrocentesco, su uno dei quali è inciso l’anno “1485”. Nel piccolo vano c’è un altare di pietra non lavorata con l’affresco del Transito di Maria, di Antonio Dal Bianco (1814), a sostituire un’immagine più antica, di cui restano poche tracce, fra cui, sulla sinistra, una Natività del XVIII sec. L’oratorio, di proprietà comunale, fu restaurato nel 1969.

Chiesa di San Martino

S. Martino

S. Martino

La chiesetta di San Martino, come testimoniato dall’iscrizione di Publio Pomponio Corneliano (fine II – inizi III secolo) in essa rinvenuta ed oggi custodita presso il Museo naturalistico-archeologico di Vicenza, fu eretta in un’area anticamente sacra alle Ninfe e alle Linfe Auguste, divinità pagane delle acque. La prima testimonianza documentale della chiesetta risale al 1186, ma con buona probabilità la costruzione dell’edificio va anticipata di alcuni secoli. Pur tra alterne vicende, che non permettono di tracciare uno svolgimento storico lineare, la chiesetta continuò ad essere luogo di preghiera, avendovi i Benedettini di San Felice (Vicenza) annesso un priorato che sopravvisse fino alla soppressione napoleonica del 1810, anno in cui divenne proprietà privata.
L’edificio ha una struttura di suggestiva semplicità; il campanile romanico, con piccola bifora sommitale, è dotato della più antica campana di Schio, risalente al 1493. L’interno, caratterizzato da un soffitto a capriate lignee, si presenta assai sobrio, come spesso nelle chiese altomedievali; sotto il pavimento, ai lati dell’altare, sono visibili le tracce dell’abside primitivo. L’elemento di maggior interesse della chiesetta sono gli affreschi di autore ignoto posti sulla parete di fondo alle spalle dell’altare, risalenti alla fine del Trecento, inizio del Quattrocento. Tra i vari soggetti rappresentati vi sono la Crocifissone, la Santissima Trinità (raffigurata simbolicamente da una mano con tre dita aperte), San Martino, la Madonna ante partum e la Madonna del latte; gli affreschi richiamano quelli presenti nella chiesa di Santa Maria Maddalena di San Vito di Leguzzano e quelli che ornavano l’antica chiesa di Magrè, distrutta nel 1945. Attorno alla statua della Madonna del Rosario, opera (1940) di Romano Cremasco, si è sviluppata in anni recenti una viva devozione mariana. La chiesetta di San Martino, nella sobrietà raccolta delle sue linee e per il valore artistico degli affreschi in essa racchiusi, è indubbiamente tra le più belle testimonianze dell’architettura religiosa nell’Alto Vicentino.

Chiesa di Santa Giustina

S. Giustina

S. Giustina

La piccola chiesa campestre di Santa Giustina martire, che rappresenta una delle più antiche testimonianze dell’evangelizzazione cristiana nel nostro territorio, non ha oggi la forma originaria risalente forse all’età longobarda, bensì quella che le venne conferita nel 1581 per volontà dei fratelli Gian Giacomo e Gian Battista Dal Ferro. Questi, proprietari di vasti terreni in Giavenale, sui quali sorgeva la loro villa (ora Barettoni) decisero di ricostruire la chiesetta “crollata per troppa vetustà”. Per un lungo periodo posteriore alla ricostruzione, l’edificio conobbe un’intensa attività religiosa, per poi lentamente decadere sia negli usi liturgici che nelle strutture murarie e negli arredi interni. Nel 1890 vennero costruiti quattro solidi contrafforti angolari esterni e negli anni ’60 del secolo scorso si effettuarono altri interventi di restauro. Risale al 1965 la benedizione dell’edificio. La chiesetta ha una struttura semplice e sobria, l’impianto è rettangolare con tetto a capriate e piccola abside semicircolare rivolta verso Nord. Sul muro frontale il campanile a vela in mattoni ospita una campanella, realizzata dalla fonderia Colbacchini di Bassano del Grappa. Le pareti laterali sono movimentate esclusivamente da due coppie di finestre, mentre al centro della facciata la porta d’accesso è dotata di una cornice in pietra con architrave modanato. L’interno è strutturato in un’unica aula rettangolare con un pavimento in cotto perlopiù originale. Vi si conservano un altare in pietra tenera e un’importante iscrizione funeraria di epoca romana, databile alla prima età imperiale, murata alla sinistra dell’ingresso. Tradotto, il suo testo dice: Caio Camerio, figlio di Marco, quattuorviro, pontefice (fece fare) per sé e per Terenzia, figlia di Lucio.
La chiesetta di Santa Giustina mantenne nel tempo la peculiarità di essere edificio privato, trasmesso via via di famiglia in famiglia. Nel 2003, in seguito alla morte del sig. Gian Paolo Muttoni, il Comune di Schio acquisì la proprietà dello storico e suggestivo monumento, apportandovi nuovi restauri.

Chiesa di Sant’Antonio Abate

Chiesa Sant' Antonio

© Comune di Schio

La Chiesa di Sant’Antonio Abate fu eretta nel 1879 dall’architetto Antonio Caregaro Negrin in stile lombardo-bizantino sul luogo dove già si trovava una piccola cappella annessa all’adiacente monastero delle Agostiniane e di fronte al giardino pubblico intitolato ai “Donatori di Sangue”. Voluta da Alessandro Rossi per coronare le sue iniziative assistenziali nei confronti dei lavoratori, la chiesa non fu solo simbolo di una profonda concezione cattolica del committente, ma doveva essere anche fisicamente il punto di collegamento tra il Nuovo Quartiere Operaio e la parte antica della Città. La facciata presenta tetto a salienti mentre una breve gradinata conduce nell’atrio dove tre colonne reggono agili archi e la luce illumina le figure di Cristo e dei quattro evangelisti, opere del pittore scledense Valentino Pupin, autore anche dell’affresco rappresentante l’episodio della vita del Santo titolare della chiesa che decorava la lunetta della facciata, trasformato in mosaico nel 1929 da Alessandro Radi. L’interno della chiesa è a croce latina, la navata centrale è il doppio delle due navate laterali; la luce entra, oltre che dall’alta cupola, dalle bifore ai lati delle cappelle e dalle coloratissime vetrate. L’interno è riccamente decorato da dipinti e sculture di artisti del Triveneto. Il tempio è dotato di un altar maggiore e di due laterali; uno di questi, che già era stato altar maggiore nell’antica chiesa, è tra le opere di maggior pregio artistico della Città. L’imponente monumento barocco in marmo rosso, opera eseguita su progetto di Giovanni Antonio De Pieri dal bassanese Orazio Marinali, presenta le statue degli Evangelisti in alabastro: le vesti modellate e scolpite con maestria conferiscono all’insieme un delicato senso di armonia. L’altare fa da degna cornice alla pala firmata e datata 1700 di Antonio Zanchi raffigurante la Madonna della Cintura tra Santa Maria Maddalena, Santa Lucia, Sant’Antonio abate, Sant’Agostino e la madre Santa Monica. Altre opere meritevoli e di pregio decorano l’interno della Chiesa.

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