Palazzi Storici

Palazzo Fogazzaro

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Palazzo Fogazzaro

Nato nel 1810 da un progetto di Carlo Berrera, Palazzo Fogazzaro si erge su una delle parti più antiche della Roggia Maestra. Originariamente, lo stesso spazio ospitava una delle fabbriche più importanti della cittadina: l’opificio per la cardatura dei panni della famiglia Fogazzaro.

Quest’ultima scelse Schio proprio per avviare le sue prime attività di lavorazione della lana. A volere il nuovo Palazzo Fogazzaro così come lo vediamo attualmente è stato Mariano Fogazzaro, bisnonno dello scrittore Antonio.

Nel 1948, il Palazzo è stato acquistato dal Comune di Schio e, successivamente, restaurato e utilizzato da alcuni istituti d’istruzione superiore. Oggi Casa dell’Arte della Città ospita esposizione permanenti e temporanee, l’informagiovani e un’aula studio.

Palazzo Fogazzaro fu costruito nel 1810 per l’omonima famiglia, su progetto dell’architetto Carlo Barrera (1759 – 1837) di Lugano, già progettista di Palazzo Garbin e presente in quegli anni a Schio per soprintendere ai lavori del Duomo di San Pietro. Il Palazzo che si affaccia su via Pasini, l’antica via Oltreponte detta delle Monache, rientra nella tipologia degli edifici palladiani con portico e loggia sovrapposta e richiama il progetto di Vincenzo Scamozzi per Villa Franceschini ad Arcugnano. L’edificio sorge su un sito precedentemente occupato da un opificio per la cardatura dei panni, sempre di proprietà della famiglia Fogazzaro, localizzato su un’antica diramazione della Roggia Maestra.I Fogazzaro, originari di Staro, scesero a Schio agli inizi del ‘700 per cimentarsi nell’arte laniera.

Il loro lanificio assunse ben presto notevole importanza, tanto da figurare nel 1769 tra le 25 fabbriche privilegiate, sulle 75 allora esistenti a Schio, arrivando a occupare un centinaio di persone. Il committente del nuovo palazzo, Mariano Fogazzaro, bisnonno dello scrittore Antonio, era stato podestà nel 1809 e con gli avvenimenti del 1815 si trasferì nella più tranquilla Padova, mentre a Schio rimasero la figlia e il genero. Dall’uso originario di abitazione e magazzino per lane e granaglie, che costituivano le attività di famiglia, l’edificio, passato di proprietà, venne anche utilizzato dalle truppe italiane nella Grande Guerra e in seguito divenne sede di vari organismi e istituzioni, tra cui il Regio Commissariato e la Pretura Urbana. Acquistato dal Comune nel 1948 e sottoposto nel 1960 ad un primo restauro, ha ospitato vari istituti di istruzione superiore./p>

Il restauro dei primi anni 2000 ha comportato il consolidamento strutturale, il recupero del piano seminterrato, il parziale restauro della sala degli affreschi e quello dei pavimenti alla veneziana. Nel 2010 è stata rifatta la pavimentazione del cortile. Attualmente è la Casa dell’Arte della Città, con esposizioni permanenti e temporanee, e punto informativo per le attività culturali e turistiche. Le barchesse ospitano l’Informagiovani e un’aula studio.

Biblioteca Civica Renato Bortoli ex Ospedale Baratto

Biblioteca Civica

Biblioteca Civica

La trifora dell’attuale biblioteca Civica Renato Bortoli decorava, nella prima metà del ‘600, l’originario ospedale Baratto dedicato ai poveri della cittadina. Quest’ultimo fu trasformato solo nel 1988 in biblioteca e ampliato mettendo insieme le ex carceri e la chiesa dei S. S. Cristoforo e Francesco. Oggi, la Biblioteca di Schio vanta un ricco e importante archivio di documenti, dai più storici ai più contemporanei, tra cui diversi fondi, pergamene, mappe geografiche e codici miniati del XV secolo.

All’incrocio di 4 strade, ovvero al Corobbo, nella metà del ‘600 venne edificato il primo ospedale per poveri della Città, il Baratto, sede dal 1988 della Biblioteca Civica Renato Bortoli. La facciata è impreziosita da un’elegante trifora e da 6 finestre quadrilobate dell’epoca, mentre l’edifico che prosegue lungo via Baratto è stato aggiunto a metà del XVIII sec. inglobando la chiesa dedicata ai SS. Cristoforo e Francesco.

Il terzo edificio, le cosiddette Ex carceri, costruite nei primi anni dell’800, è visibile dall’interno della biblioteca. Il complesso, dopo il trasferimento dell’ospedale ai primi dell’800, divenne, fino al 1970, sede di uffici pubblici, tra cui la Tenenza della Guardia di Finanza. Nel cortile interno della Biblioteca si trovano due lapidi poste a ricordo dell’Eccidio di Schio, consumatosi nel luglio del 1945 e del Patto di Concordia Civica, sottoscritto a maggio del 2005.

La Biblioteca dispone di un patrimonio documentario a scaffale aperto particolarmente importante, con una significativa raccolta di libri e materiali multimediali , oltre a un centinaio di abbonamenti a periodici. Vi sono conservate, inoltre, importanti raccolte storiche e archivistiche documentarie, tra cui i fondi: Pasini-Salasco, Senatore Alessandro Rossi, Giovanni Calendoli, Architetti Ferruccio Chemello e Vincenzo Bonato. Nella sezione storica e antica sono ben conservati libri antichi, pergamene, mappe geografiche e codici miniati del XV sec.

Palazzo Garbin – Municipio di Schio

Municipio © Giandomenico Luccarda

Municipio © Giandomenico Luccarda

Costruito nel 1799, Palazzo Garbin univa, inizialmente, una casa padronale, un parco e un lanificio. Dal 22 maggio 1914, il complesso ospita il Municipio di Schio mantenendo intatte alcune caratteristiche decorazioni d’epoca, mentre quello che era il giardino originario è diventato l’attuale Piazza dello Statuto. Per ricordare la naturale conformazione di questo spazio, fino al 2006 al centro della Piazza è stato conservato un maestoso cedro del Libano.

Palazzo Garbin fu eretto nel 1799 dall’architetto Carlo Barrera, sull’area della nobile famiglia Piovene. In origine l’edificio faceva parte di un complesso unitario comprendente la casa padronale, il parco, ora piazza dello Statuto, e il lanificio della famiglia Garbin non più esistente.

La severa facciata principale si apre su via Pasini con il grande portale neoclassico del pianterreno e 2 ingressi minori. L’attuale facciata del Municipio, un tempo prospetto posteriore del palazzo, presenta una loggia centrale e semplici decorazioni, esito dell’ultimo restauro avvenuto nel 1996 volto a ripristinare la cromia originaria. All’interno si snoda la bella scala ottocentesca in ferro battuto che porta ai vari piani, i cui locali rispondono ora alle esigenze di una parte degli uffici comunali.

L’opificio Garbin venne acquistato nel 1872 dalla società anonima “Lanificio Rossi”, che qualche decennio più tardi trasferì gli opifici lungo la Roggia, nel cortile retrostante l’attuale scuola in via Marconi. La struttura era articolata su 4 corpi di fabbrica e così si mantenne fino al 1910 quando l’apertura di Via Battaglion Val Leogra rese necessaria la demolizione dell’ala est. Il giardino, pur con un progressivo impoverimento, si conservò fino agli anni ’50, quando si ritenne opportuno pavimentarlo e trasformarlo in piazza pubblica.

Il palazzo divenne quindi la nuova sede municipale il 22 maggio 1914 con l’apertura al pubblico del Portego dei Garbin, per consentire il transito da via Pasini, al Giardino e alla via Nova, attuale via Battaglion Val Leogra. A ricordo del giardino Garbin, si è conservato un cedro del Libano, albero maestoso risalente al 1880 circa, tagliato nel 2006 a causa di una malattia che lo stava irrimediabilmente rinsecchendo.

Palazzo Toaldi Capra

Palazzo Toaldi Capra

Palazzo Toaldi Capra

Fino al 1913, Palazzo Toaldi Capra era utilizzato come Municipio di Schio. Nel dopoguerra, e dopo lo spostamento della sede municipale a Palazzo Garbin nel 1914, iniziò a ospitare alcune scuole superiori. Dopo alcuni passaggi di proprietà, il Comune avviò dei lavori di ristrutturazione negli anni ’80 che riportarono in vita alcuni affreschi della pittura tardo-gotica del ‘400 nel piano nobile, bronzi e lapidi di artisti locali.

Oggi, il Palazzo viene utilizzato per esposizioni, conferenze, spettacoli e riunioni di diverse associazioni cittadine.

Palazzo Toaldi Capra fu sede del Municipio dal secolo XVIII sec. fino al 1913 e, tra le due guerre, della 44^ Legione Volontaria di Sicurezza Nazionale, mentre nel dopo guerra ospitò alcune scuole superiori.
Il 17 Giugno 1512 il Palazzo viene citato come proprietà dei fratelli Da Pozzo, cittadini veneziani. In seguito la proprietà passa agli eredi di Cesare Toaldi.La famiglia Toaldi, attestata nei documenti sin dalla fine del ‘200, fu per secoli una delle più importanti della Città. Originari di Cogollo del Cengio, dove si occupavano della lavorazione del ferro, i Toaldi a Schio divennero tra i maggiori mercanti che commerciavano con Venezia e altre città del Veneto. Verso la metà del XVII sec., per varie divisioni e vendite, la famiglia decadde, e in questo senso si può interpretare il fatto che, intorno alla metà del ‘600, l’edificio risulta di proprietà di un’esponente di prima grandezza dell’aristocrazia vicentina: il conte Giovan Battista Capra, che venderà il palazzo nel 1668.
Duranti i lavori di ristrutturazione, realizzati dal Comune negli anni ’80, sono affiorati al piano nobile affreschi del primo ‘400 riconducibili alla pittura tardo-gotica.Sulla facciata troviamo, a destra, una lapide che ricorda i morti per l’indipendenza e la libertà e, a sinistra, un busto bronzeo inserito in una cornice marmorea dedicato a Giuseppe Garibaldi (opera di Carlo Lorenzetti, 1882), noto per essere il primo monumento realizzato in omaggio all’eroe dei due mondi. In alto a sinistra il busto in marmo di Carrara di Nicolò Tron, scolpito da Pietro Danieletti nel 1772, testimonia l’importanza che ebbe questo patrizio veneziano per lo sviluppo dell’industria tessile a Schio. Attualmente il palazzo è sede di esposizioni, conferenze e spettacoli, nonchè sede di associazioni cittadine.

Palazzo da Schio

Palazzo da Schio

Palazzo da Schio

L’orto-giardino e il brolo che costituivano la proprietà originaria sono stati uniti, del 1875, con l’architettura neoclassica attuale, con il restauro, dell’architetto Vittorio Barichella. Sulla facciata del Palazzo da Schio, una lapide ricorda le imprese aeronautiche del Conte Almerico da Schio. Nel 1905, nel prato della fattoria Caussa, l’accademico, scienziato e pioniere dell’aviazione italiana alzò in volo l’Aeronave Italia, il mezzo al tempo più evoluto.

L’attuale forma neoclassica di Palazzo da Schio è opera dell’architetto Vittorio Barichella, il quale fu incaricato nel 1875 da Almerico da Schio del restauro e della realizzazione di una struttura unitaria e simmetrica al palazzo di famiglia. La proprietà comprendeva un grande orto-giardino, il brolo, che si estendeva oltre l’attuale piazza Almerico da Schio. Palazzo da Schio è costituito da un corpo centrale con 13 aperture al pian terreno e altrettante finestre al primo piano, ognuna con balaustra e timpano triangolare o arco ribassato. Sulla sommità dell’edificio si trova un’estesa iscrizione con il nome dei proprietari, sormontata da un’imponenete sirena bifida in pietra bianca, presente nel blasone della famiglia. L’edificio è delimitato ai due lati da torrette sormontate anch’esse da balaustre; quella di sinistra presenta sulla copertura un grande terrazzo e sulla facciata una lapide ricorda l’impresa aeronautica del Conte Almerico da Schio, accademico, scienziato e pioniere dell’aviazione italiana. Almerico, tra enormi difficoltà, realizzò il dirigibile Aeronave Italia, il mezzo più evoluto mai costruito sino a quel momento. L’aeronave si alzò in volo per la prima volta alle 5:40 del 17 giugno 1905 a Schio, partendo dal prato della fattoria Caussa. In occasione di un secondo volo, avvenuto il 1° luglio dello stesso anno, fu in Città la Regina Margherita, ospite nel palazzo della famiglia da Schio. Già nel ‘700 questa residenza era adibita a uso commerciale al pian terreno e artigianale e residenziale ai piani superiori. Tale impostazione venne mantenuta anche nella grande ristrutturazione del 1875 e in occasione dell’ultimo intervento di restauro avvenuto negli anni 2000, quando l’edificio storico è stato suddiviso in varie unità immobiliari.

Palazzo Maraschin-Rossi

Palazzo Maraschin Rossi

Palazzo Maraschin Rossi

Il Palazzo Maraschin-Rossi fu restaurato, nel 1877, su commissione del figlio di Alessandro Rossi, dall’architetto A. Caregaro Negrin. Lo stile del complesso è caratterizzato da lesene, timpani triangolari e circolari, aperture quadrate e sagomate tipici dell’architettura neoclassica. L’androne, che oggi porta a Piazza Falcone e Borsellino, era inizialmente un passaggio per il giardino interno. Attualmente, Palazzo Maraschin-Rossi è la sede di alcuni uffici comunali.

Nel 1877, su incarico di Francesco Rossi, figlio di Alessandro, l’architetto Antonio Caregaro Negrin restaurò Palazzo Maraschin-Rossi ricercando una forte impostazione neoclassica. L’origine complessa dello stabile si nota maggiormente nella poco armoniosa articolazione degli spazi interni, mentre la facciata risulta di forte impatto, soprattutto per la presenza dell’alto basamento a bugnato che segna il piano terra e l’ammezzato. I piani superiori sono ritmati da lesene a ordine gigante che racchiudono al piano nobile le finestre alternativamente coronate da timpani triangolari e circolari. Nel piano sottotetto le aperture sono quadrate e sagomate. L’androne passante conduceva un tempo al giardino interno del palazzo mentre ora, attraverso un parcheggio, porta in Piazza Falcone e Borsellino. Il Palazzo è attualmente sede di uffici comunali.

Castello

Castello

Castello

Il Castello di Schio è uno dei monumenti simbolo della cittadina. Si erge sopra il colle che domina il centro storico, alla fine di un suggestivo viale di ippocastani che porta fino alla chiesetta di San Rocco. La sua prima costruzione sembra risalire all’età del ferro o del bronzo. Nel Medioevo, i Conti di Venezia Maltraversi vi edificarono il loro castello privato fino a quando, dopo diversi passaggi, la proprietà fu assegnata alla città di Vicenza. Sconsacrato nel 1810, l’edificio sacro divenne prima sede comunale e poi palestra dall’associazione Fortitudo.

Oggi, il Castello si presenta, dopo diversi restauri, con una facciata a capanna, un torre quadrangolare con l’orologio e i caratteristici merli.

Il Castello di Schio, situato sopra un colle che domina il centro storico, è, insieme alla statua del Tessitore, uno dei monumenti simbolo della Città. La prima costruzione di una qualche opera di difesa, come emerso dagli scavi archeologici del 1914-1919, sembra risalire all’età del ferro o del bronzo e pertanto potrebbe essere stato edificato dalla popolazione Euganea o Veneta. Nel Medioevo, i Maltraversi, conti di Vicenza, edificarono qui il loro Castello e ne mantennero il controllo, con la parentesi ezzeliniana, fino al 1311. Il Castello passò poi alla Città di Vicenza, quindi agli Scaligeri. La fortezza fu dei Visconti dal 1387 e, successivamente, di proprietà del conte Giorgio Cavalli, che vi rimase fino al 1406, quando sopravvenne il dominio veneziano. Sulla base di recenti ricerche documentali si può attestare al 1412 la demolizione del fortilizio, su commissione di Vicenza, con buona probabilità per le tendenze filo-imperiali degli scledensi. Della costruzione originaria non rimane oggi che qualche basamento di muratura e di torri. Sorta negli ultimi anni del XIV e ampliata nel settecento, la chiesa di Santa Maria della Neve fu sede della confraternita del Gonfalone. Sconsacrato nel 1810, l’edificio sacro, di proprietà comunale, fu nel tempo sede di circoscrizioni militari francesi e austriache oltre che attrezzato a palestra a partire dal 1875 quale sede della Società Ginnastica “Fortitudo”. La costruzione è stata restaurata negli anni ’80 e ora si presenta in pietrame e cocci a vista con facciata a capanna e torre quadrangolare, con orologio e motivo ornamentale a merli. In un dipinto di Francesco Verla del 1512, presente all’interno della Chiesa di San Francesco, sembra essere rappresentato l’antico Castello cittadino, e ciò a testimonianza dell’attaccamento dei cittadini a questa fortezza e forse a manifestare la volontà degli scledensi di liberarsi dalla sottomissione a Vicenza, preferendo un podestà mandato da Venezia rispetto al vicario di nomina vicentina. Sotto la spianata del colle il viale degli ippocastani permette una piacevole passeggiata fino alla chiesetta di San Rocco.

Villa Rosa-Granotto

Inizialmente casa colonica della famiglia Rosa, fu poi ristrutturata dalla famiglia Granotto e ampliata con un parco e diverse statue ornamentali. Dopo diversi passaggi di proprietà, Villa Rosa-Granotto fu ceduta agli attuali proprietari, la famiglia Mondin.

Costruita dalla famiglia Rosa, fra il 1690 e il 1700, come casa colonica, fu radicalmente ristrutturata dalla famiglia Granotto nei primi anni del XVIII sec. L’abitazione fu poi completata da un parco corredato di pregevoli statue di scuola del Marinali. Successivamente la proprietà cambiò di mano numerose volte. Alla fine dell’800 fu acquistata dalla famiglia Maule di Enna e ceduta infine alla famiglia Mondin che la detiene attualmente.

Palazzo dei Canarini

Palazzo dei Canarini è una costruzione del 1500 e si trova nella Contrada del Sojo. Deve il suo nome agli affreschi che decorano la facciata dell’edificio raffiguranti due soldati vestiti di giallo. Per anni sede della Milizia di Pè di Monte, passò poi a varie famiglie, tra cui Covallero e Gianesini. A fine 1800 fu acquistato e restaurato dal pittore scledense Valentino Pupin.

Palazzo dei Canarini si trova nell’antica contrada del Sojo e la sua costruzione può verosimilmente essere fatta risalire al 1500. Ha una bella facciata neogotica con porte e finestre ad archi a sesto acuto, tranne la trifora del pianoterra che è a tutto sesto. Al centro del primo piano si apre un’elegante trifora ogivale dotata di poggiolo che, sfruttando la vicinanza di altre due aperture ai lati, simula l’effetto di una pentafora ogivale. Il piano superiore presenta varie aperture disposte simmetricamente in corrispondenza a quelle del piano nobile e sotto il cornicione ci sono cinque finestrelle ogivali.
Il complesso apparato pittorico della facciata, in origine tutta affrescata, è stato rifatto nel 2012 sulla base di quello antico; presenta delle finte bugne a punte di diamante al pian terreno, fasce monocrome con motivi floreali e putti su fondo ocra, che dividono i vari piani della costruzione e decorano la fascia del sottotetto. Nei due riquadri ai lati della pentafora sono dipinti i soldati già presenti nella colorata decorazione cinqucentesca. Gli affreschi, secondo tradizione, raffiguravano due soldati vestiti di giallo che probabilmente hanno dato al palazzo il nome di Palazzo dei Canarini, che rimanda appunto al colore delle vesti militari: l’edificio era infatti sede della Milizia di Pè di Monte, un contingente veneziano destinato a difendere i confini tra la Serenissima e il Tirolo. La facciata posteriore del palazzo ha una caratteristica scala a chiocciola addossata alla parete che ruota intorno ad un’asse centrale in pietra rossa che permette l’accesso ai piani superiori e risalta all’esterno dell’edificio come un corpo cilindrico sporgente. Diversi proprietari si sono succeduti dagli inizi dell’800: la famiglia Covallero, Gianesini e infine, nel 1879, il pittore scledense Valentino Pupin, che commissionò importanti lavori di restauro.

Palazzo Boschetti

Palazzo Boschetti

Palazzo Boschetti

Inizialmente residenza nobiliare della famiglia Nogarola, Palazzo Boschetti ha cambiato, nel tempo, diverse proprietà, fino ad essere donato alla Parrocchia di San Pietro proprio dalla famiglia Boschetti. Originario del XIV secolo, conserva al suo interno un bellissimo parco con colonne e statue di Angelo Marinali.

Palazzo Boschetti fu realizzato nel XIV sec. come residenza nobiliare e ha subito nel tempo vari cambi di proprietà e ristrutturazioni. In origine l’edificio ospitò la famiglia Nogarola, vicari del borgo scledense fino alla fine del ‘300, che rimase proprietaria fino a tutto il ‘500, quando passò alla famiglia Boldù. Il palazzo presenta un’elegante porta d’ingresso centinata e breve scalinata d’accesso. Completa la parte centrale il timpano con lo stemma della famiglia Boldù al centro; sul retro è conservato un vasto parco che si estende fino a via A. Fusinato, dove si erge l’elegante cancellata d’ingresso con colonne e statue di Angelo Marinali. L’attuale denominazione deriva dall’ultima famiglia proprietaria che donò la dimora alla Parrocchia di San Pietro.

Villa Pizzolato-Pancera

Villa Pizzolato-Pancera è stata realizzata da Caregaro Negrin nel 1862. Inizialmente ospitò la famiglia Pizzolato e, poi, la famiglia Panciera. Caratterizzato da uno stile architettonico curato e raffinato, questo palazzo può essere considerato anche il primo villino costruito nella cittadina. Durante la prima la seconda Guerra Mondiale, fu adibito a casa di tolleranza per i militari.

L’edificio venne realizzato nel 1862 da Antonio Caregaro Negrin ed è il primo esempio in Città di villino costruito dallo stesso architetto. La facciata principale, scandita in 3 piani, presenta al piano nobile un’elegante loggetta a trifora con snelle colonnine e ricco parapetto in ghisa e finestre centinate, iscritte in cornici quadrate al terzo piano. Un tempo al pian terreno c’era un terrazzino con gradinata a coda di rondine, che si estendeva verso l’attuale via Rovereto. Ai lati il palazzo presenta finestre trilobate e due corpi sporgenti che volgono verso il giardino, donando movimento a questa nobile architettura. Il palazzo fu proprietà della famiglia dei fabbricanti lanieri Pizzolato e successivamente dei Panciera. Nel corso della Prima e Seconda Guerra Mondiale l’edificio fu anche adibito a casa di tolleranza per militari.

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