Archeologia Industriale

Monumento al Tessitore

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© Maria Grazia Dal Pra’

Nel 1879 Alessandro Rossi volle dedicare un monumento ai suoi operai. La scultura di Giulio Monteverde svetta ai piedi del Duomo e al centro della Piazza. Il tessitore che rappresenta, tiene in mano una navetta, innovativo strumento per il telaio che aveva consentito di semplificare il lavoro e accrescere la produzione.

La statua posa su un piedistallo di granito a base ottogonale e ai suoi piedi ci sono tre pezze di tessuto. Su ogni lato della base sono scolpiti dei motti, sintesi del pensiero sociale ed economico di Alessandro Rossi. Per la sua inaugurazione, il 21 settembre 1879, la Città tutta era in festa, decorata di bandiere, tappeti e ghirlande di fiori e con la ricca presenza di delegazioni italiane di lavoratori tessili.

La statua, originariamente posta all’incrocio dei viali Pietro Maraschin e Alessandro Rossi, di fronte all’ingresso della fabbrica Ottocentesca, fu successivamente trasferita nel cuore dell’attuale centro storico. Insieme alla Fabbrica Alta, il monumento al Tessitore è diventato un orgoglioso e significativo simbolo della Città, tanto da essere confidenzialmente chiamato dai cittadini scledensi “l’Omo”.

L’opera scultorea si innalza ai piedi del Duomo e al centro di Piazza Alessandro Rossi. La statua, realizzata dallo scultore piemontese Giulio Monteverde nel 1879, fu commissionata dall’industriale tessile scledense Alessandro Rossi, il quale desiderava dedicare il monumento alla memoria della nostra concordia, ai suoi operai per i 40 anni passati in mezzo a loro. Il tessitore tiene in mano una navetta, innovativo strumento per il telaio da tessitura: inventata dall’inglese John Kay nel 1733, la navetta contiene una spoletta di filato che serve a comporre la trama e consente di semplificare il lavoro del tessitore e accrescere la produzione di panni, tanto da essere considerata un simbolo della Rivoluzione industriale.La statua posa su un piedistallo di granito a base ottogonale e ai piedi si notano tre pezze di tessuto, prodotto del lavoro del tessitore. Su ogni lato della base sono scolpiti dei motti, chiara sintesi del pensiero sociale ed economico di Alessandro Rossi.

Egli aveva visto un’opera dello scultore Monteverde presso l’Esposizione Industriale di Parigi nella primavera del 1878 e decise di contattare l’artista; dopo uno scambio di lettere e disegni che si protrasse per un anno, e alla fine autore e committente trovarono l’accordo sulla soluzione concepita.

L’opera venne solennemente inaugurata il 21 settembre 1879, la Città tutta era in festa, decorata di bandiere, tappeti e ghirlande di fiori e con la ricca presenza di numerose delegazioni italiane di lavoratori tessili. Da quel giorno gli operai non mancarono di festeggiare annualmente la riccorrenza con l’istituzione della Festa del Lavoro.

La statua era originariamente situata nel crocevia dei viali Pietro Maraschin e Alessandro Rossi, di fronte all’ingresso dell’Ottocentesca area manifatturiera. Nel 1945, dopo varie traversie, il monumento venne trasferito in Piazza A. Rossi, nel cuore dell’attuale centro storico. Insieme alla Fabbrica Alta, il monumento al Tessitore è diventato un simbolo significativo, tanto da essere confidenzialmente chiamato dai cittadini scledensi l’Omo.

Lanificio Conte

© Dario Strozzo

È una delle fabbriche più antiche della Città: se ne trova traccia scritta già nel 1757. Inizialmente, Giovan Battista Conte procurava la materia prima agli artigiani della zona e successivamente il figlio Antonio acquistò un laboratorio lungo la Roggia diventando anch’egli imprenditore.

La mura ancora visibile in Via XX Settembre, delimitava un’area di tre ettari al cui interno c’erano la fabbrica, la residenza e un parco. Dal 1860 furono eseguiti successivi lavori di ampliamento. L’edificio più antico è tuttora visibile lungo il corso della Roggia Maestra, con la sua facciata realizzata in cotto e pietrame e la campanella sul tetto che scandiva i turni di lavoro.

C’è poi lo stabilimento di quattro piani costruito dal 1866 al 1884, distribuito con struttura in ghisa e tavolati di legno. Sensibile alle innovazioni, nel 1883 dopo soli 4 anni dall’invenzione della lampada Edison, il lanificio introduceva, tra i primi in Italia, l’illuminazione elettrica. Nel 2000 l’attività produttiva è stata trasferita in zona industriale e da allora l’antico spazio ha una nuova funzione pubblica e culturale.

Il lanificio Conte è tra i più antichi opifici esistenti in Città e la prima memoria scritta risale al 1757; inizialmente Giovan Battista Conte procurava la materia prima agli artigiani della zona e successivamente il figlio Antonio acquista un laboratorio esistente lungo il corso della Roggia e diventa egli stesso imprenditore. L’area delimitata dalla mura visibile lungo Via XX Settembre, ora edificata con nuovi edifici, apparteneva alla famiglia e si estendeva su una superficie di tre ettari nella quale erano presenti l’opificio originale, la residenza e il parco padronale. Dal 1860 il lanifico e l’area furono soggetti a importanti potenziamenti e modifiche indotte anche dalla sviluppo della vicina industria rossiana.

Nel primo Novecento vennero sostituiti i bassi fabbricati eretti a partire dal 1886 con una nuova filatura in cemento armato. L’edificio più antico tuttora visibile e adiacente al complesso restaurato, è disposto lungo il corso della Roggia Maestra. La facciata, realizzata in cotto e pietrame, presenta finestre ad arco ribassato contornate da mattoni, mentre sul tetto è ancora visibile la campanella che scandiva i turni di lavoro.

Unito a questo antico fabbricato s’innalza lo stabilimento costruito dal 1866 al 1884, distribuito su quattro piani con struttura in ghisa e tavolati di legno. Nel 1929 venne addossata all’edificio ottocentesco preesistente l’orditura in cemento armato e vetri con torretta sommitale adibita a contenere due serbatoi d’acqua. Degno di nota, nel 1883, appena 4 anni dopo l’invenzione della lampada Edison, il lanificio introduceva, tra i primi in Italia, l’illuminazione elettrica.

L’antica orditura, ora dipinta di grigio, è stata restaurata dopo lo spostamento nel 2000 dell’attività produttiva in zona industriale destinando così l’antico spazio a nuova funzione pubblica e culturale. Nella piazza davanti al Lanificio è posizionato il busto di Alvise Conte morto nel 1950, figura di valore tanto per l’azienda quanto per la vita civile e sociale della Città. Infatti, durante la sua gestione il lanificio riusci ad affrontare le difficili congiunture economiche degli anni Trenta e i drammatici eventi bellici della seconda guerra mondiale.

Lanificio Conte, Shed

LanificioConteSHED

© Comune di Schio

Questo edificio di nuova tipologia, all’avanguardi per l’epoca, fu progettato nel 1906 dall’ingegnere Carlo Letter e realizzatao in calcestruzzo armato, con copertura a Shed, che garantiva un’illuminazione diurna molto uniforme.

Il nuovo spazio di tessitura ha una superficie di 1300 mq. e il tetto presenta una triplice serie di falde in vetro inclinate a dente di sega con orientamento a nord. All’interno, i pilastri bianchi di sostegno non interrompono il campo visivo.

A Schio il cemento armato sarà utilizzato nuovamente per ragioni strutturali e di resistenza al fuoco nel 1908 dall’architetto Ferruccio Chemello per il loggione e i solai del Teatro Civico. Il restauro di questo fabbricato, terminato nel 2013 grazie al Comune di Schio e un contributo regionale, ha restituito alla Città uno spazio polifunzionale di pregio.

La storia del Lanificio Conte è legata alle origini della produzione tessile nella Val Leogra e alla nascita del sistema fabbrica che portò, come conseguenza, sviluppo sociale e urbanistico. Nel 1906 Alvise Conte assume la direzione dell’azienda di famiglia e promuove una nuova crescita sostituendo vecchi fabbricati con moderni edifici. Si demolisce anche il neogotico Palazzo Mengotti per costruire una nuova sala tessitura. Il nuovo edificio è progettato nel 1906 dall’ingegnere Carlo Letter e realizzatao in calcestruzzo armato brevetto Hennebique con copertura a Shed, tipologia e materiale assolutamente all’avanguardia per l’epoca.

Trattasi di un tipo di copertura particolarmente usato nell’architettura industriale con il quale si riesce ad ottenere un’illuminazione diurna molto uniforme. Il sistema Hennebique viene per la prima volta publicizzato in Italia dagli ingegneri Ferrero e Porcheddu, titolari dell’omonimo studio di Torino nel 1894 avendo essi la rappresentanza dei “solai incombustibili Hennebique”.

Questo nuovo spazio tessitura ha una superficie di ca 1300 mq: le campate perimetrali hanno una copertura in piano mentre la restante parte di tetto presenta una triplice serie di falde in vetro inclinate a dente di sega con orientamento verso nord. Lo spazio interno dell’edificio è intervallato da bianchi pilastri di trenta centimetri che non interrompono il campo visivo. I progetti dell’ing. Letter sono conservati presso la biblioteca del Politecnico di Torino.

A Schio il cemento armato sarà utilizzato nuovamente per ragioni strutturali e di resistenza al fuoco nel 1908 dall’architetto Ferruccio Chemello per gettare loggione e solai del Teatro Civico. Il restauro di questo fabbricato, portato a termine nel 2013 grazie all’impegno del Comune di Schio e con il concorso finanziario della Regione del Veneto, restituisce alla Città un pregevole spazio polifunzionale.

Roggia Maestra

Roggia Maestra

© Comune di Schio

È un canale artificiale che favorì la nascita delle industrie manifatturiere nell’Alto Vicentino. Deriva dal torrente Leogra in comune di Torrebelvicino e vi confluisce di nuovo dopo Villaverla. La Roggia, fu realizzata nel Medioevo (XIII secolo) per un miglior sfruttamento dell’energia idraulica. Lo Statuto Comunale del 1393 ne regolava già l’uso fino a che nella seconda metà dell’Ottocento nacque il Consorzio Roggia Schio-Marano-Rio dei Molini.
In origine il canale era sfruttato per l’irrigazione dei campi, ma nel 1701 fu concessa a Schio la licenza per fabbricare i cosiddetti panni alti più larghi e di maggior pregio dei precedenti panni bassi. Da quel momento molti proprietari di ruote da mulino chiesero di trasformarle in ruote per cardare o follare i panni. Tutte le fabbriche dell’Ottocento sono localizzate lungo il canale per sfruttarne la forza motrice con ruote idrauliche o con la produzione del vapore. La sostituzione dell’energia idraulica con quella elettrica portò ad un declino dell’utilizzo della Roggia. Oggi il suo percorso è quasi tutto interrato.

La Roggia Maestra è il canale artificiale che per collocazione temporale e per funzione è all’origine dei processi manifatturieri e di industrializzazione del territorio dell’Alto Vicentino e trae origine dal torrente Leogra in località Rillaro (Comune di Torrebelvicino) per confluire nuovamente nel Leogra appena superato l’abitato di Villaverla. Sotto il profilo idrologico la Val del Leogra, allo sbocco della quale si trova Schio, è caratterizzata da una fitta rete di affluenti che convogliano nell’alveo instabile del torrente le loro acque.

Per il miglior sfruttamento dell’energia idraulica in epoca medioevale, presumibilmente a partire dal XIII secolo, si scavò il tratto principale della Roggia Maestra che a sua volta ha generato altre diramazioni. Già nello Statuto Comunale del 1393 veniva regolamentato con norme specifiche l’utilizzo dell’acqua con l’applicazione di sanzioni per chi sporcava o sottraeva l’acqua senza permesso. Gli usi della Roggia furono nuovamente regolamentati nella seconda metà dell’Ottocento con la nascita del Consorzio Roggia Schio-Marano-Rio dei Molini.

In origine il canale era sfruttato per l’irrigazione dei campi, ma tra il XVII e XVIII secolo si assistette a grandi trasformazioni conseguenti alla concessione da parte di Vicenza a Schio nel 1701 della licenza per fabbricare panni alti contro i precedenti e più rozzi panni bassi. Aumentano a partire da questa data le strutture a carattere pre industriale sulla Roggia, soprattutto legate all’attività tessile: ne sono testimonianza le numerose suppliche di possessori di ruote da mulino che chiedono di commutarle in ruote per garzare (cardare) o follare i panni.

Tutte le strutture produttive sorte o accresciute nel corso dell’Ottocento sono localizzate lungo il corso del canale artificiale per sfruttare la forza motrice attraverso numerose ruote idrauliche o con la produzione del vapore. Sul finire del 1800 l’energia idraulica venne gradualmente sostituita con l’energia elettrica e questo portò ad un declino dell’utilizzo della Roggia. Alcune antiche paratoie sono ancora visibili lungo il percorso urbano della Roza, per la maggior parte interrato.

Asilo d’infanzia Alessandro Rossi

Asilo Rossi

© Comune di Schio

Nel 1872 l’industriale Alessandro Rossi acquistò 4000 mq di terreno ai piedi della collina del Castello, per costruire vicino alla fabbrica un asilo d’infanzia a favore dei figli degli operai. I lavori si conclusero velocemente con la costruzione di un edificio di circa 1200 mq. La scuola, realizzata in stile neoclassico e prevista per accogliere i bambini dai tre ai sette anni, verrà successivamente ampliata fino ad ospitare 500 bambini.

Le aule scolastiche sono ubicate nella parte centrale, che si apre con un elegante portico e gradinata. Ai lati invece c’erano il salone per le riunioni e il refettorio. Nel piano sotteraneo infine, le cucine, la lavanderia e altri servizi. L’ampliamento consentì di realizzare nella parte centrale un salone con gradinata in legno, ballatoio e un’aula magna, poi trasformata in auditorium per concerti, per la sua pregevole acustica.

All’esterno l’edificio presenta l’incisione ciceroniana “in puero spes”, la speranza nel bambino. Dopo i gravi danni riportati nell’incendio del 2009, oggi l’Asilo Rossi è in corso di restauro.

Nel 1872 l’illustre industriale Alessandro Rossi acquista un terreno di circa 4000 mq ai piedi della collina del Castello, per farvi costruire un asilo d’infanzia a favore dei figli degli operai, proprio a poca distanza dalla fabbrica. Tale volontà rientra nel piano di realizzazione di istituzioni socio-assistenziali previste dal committente a favore dei lavoratori tessili e delle loro famiglie. La progettazione è affidata all’architetto Antonio Caregaro Negrin e la supervisione dei lavori all’ing. Carlo Letter.

I lavori si concludono velocemente con la costruzione di un edificio di circa 1200 mq con corpo centrale ad un piano e due ali laterali aggettanti a due piani, l’area rimanente viene destinata a spazi aperti e verde attrezzato per esercizi ginnici. La scuola, realizzata in stile neoclassico e prevista per accogliere i bambini dai tre ai sette anni, è modificata nove anni dopo la sua costruzione per accogliere le esigenze della popolazione e dei lavoratori in costante aumento.

Grazie all’aggiunta di ulteriori due piani nel settore centrale, l’asilo era in grado di accogliere cinquecento bambini. Le aule scolastiche sono rivolte a settentrione e ubicate nella parte centrale che si apre con un elegante portico e gradinata, mentre nei corpi laterali vengono ricavati il salone per le riunioni e il refettorio; nel piano sotteraneo sono sistemate le cucine, la lavanderia e altri servizi.

A seguito dell’ampliamento si realizza nella parte centale un salone con gradinata lignea e ballatoio e un’aula magna, poi trasformata in auditorium per concerti, poichè dotata di pregevole acustica. Nel timpano l’edificio presenta l’incisione ciceroniana “in puero spes”, la speranza nel bambino, a dimostrazione della piena fiducia che il committente riponeva nelle giovani generazioni. G. B. Cipani fu valente pedagogo e direttore degli istituti scolastici cittadini voluti dal Rossi per undici anni.

Anche se il progetto non fu completato in alcune soluzioni di dettaglio, l’asilo conserva ancora i caratteri stilistici originari.

Fabbrica Alta e Lanificio Francesco Rossi

© Dario Strozzo

L’area industriale Lanerossi si estende per circa 13 ettari, all’interno della quale ci sono l’antico lanificio Francesco Rossi, verso Via Pasubio e la Fabbrica Alta, diventata l’emblema del patrimonio industriale Veneto. Quest’ultima fu progettata nel 1861 durante il soggiorno a Schio dell’architetto belga Auguste Vivroux.

È lunga 80 m, larga oltre 13 m e conta cinque piani più seminterrato e sottotetto; ha 330 finestre, 52 abbaini e un’alta ciminiera. In ogni piano ogni immenso salone ospitava una diversa fase della lavorazione della lana. Tra il 1966 e il 1967 l’edificio è stato dismesso e dal 2013 è di proprietà pubblica.

ll Lanificio Francesco Rossi fu ricostruito anch’esso per volontà di Alessandro Rossi nel 1849 sulle fondamenta dell’originario opificio del padre e posizionato all’incirca di fronte all’antico Lanificio Nicolò Tron, demolito nel 1878. Sul grande portale d’ingresso è inciso il nome del fondatore e la data di nascita dell’impresa. Sulla facciata sono evidenti dieci bassorilievi sui parapetti delle finestre, simboli dell’importante attività imprenditoriale della famiglia Rossi: le pecore merinos, le merci e le navi a vapore.

L’antica area industriale Lanerossi si estende a nord-ovest della Città su una superficie di circa 13 ettari all’interno della quale colpiscono l’antico lanificio Francesco Rossi con la facciata volta verso Via Pasubio e la cosidetta Fabbrica Alta. Quest’ultima è un imponente opificio, unito in senso ortogonale rispetto al rappresentativo lanificio Francesco Rossi, di elevato valore monumentale, sociale ed urbanistico nel contesto territoriale della seconda metà dell’Ottocento.

Essa è l’emblema del patrimonio industriale Veneto e chiara dimostrazione del primo sviluppo industriale italiano, non a caso l’editore Einaudi la scelse come copertina del volume dedicato al Veneto nella sua collana Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unita a oggi. La Fabbrica Alta viene progettata nel 1861 durante il soggiorno a Schio dell’architetto belga Auguste Vivroux secondo il modello multipiano europeo e fu dotata di moderne tecnologie e macchinari.

Con il Belgio e soprattutto con la Città di Verviers il committente, Alessandro Rossi, ebbe molti rapporti d’affari e importanti amicizie. L’edificio è lungo 80 m, largo oltre 13 m e conta cinque piani più seminterrato e sottotetto; conta 330 finestre, 52 abbaini e un’alta ciminiera di forma quadrangolare con elegante fastigio. In ogni piano si estendono immensi saloni divisi in tre campate da 125 colonnine di ghisa, ognuno dei quali ospitava una diversa fase della lavorazione della lana.

La forza motrice per il funzionamento dei macchinari era prodotta, prima dell’avvento dell’energia elettrica, da una macchina a vapore importata dall’Inghilterra; il materiale usato per la costruzione è principalmente laterizio e pietrame ricavati dal territorio. Si notino le testate delle putrelle di ferro dei solai a forma di piccoli rosoni, il diverso impiego del cotto nel contorno delle finestre, le fasce marcapiano e il motivo romboidale del fregio sottotetto.

Tra il 1966 e il 1967 l’edificio è stato dismesso trasferendo il ciclo produttivo nei nuovi capannoni della zona industriale di Schio, mentre rimasero ancora per alcuni decenni le funzioni amministrative della Società. Dal 2013 l’edificio è di proprietà pubblica. ll Lanificio Francesco Rossi fu ricostruito anch’esso per volontà di Alessandro Rossi nel 1849 sulle fondamenta dell’originario opificio del padre Francesco e posizionato all’incirca di fronte all’antico Lanificio Nicolò Tron (di quest’ultimo non rimane testimonianza essendo stato demolito nel 1878).

La facciata si presenta oggi con evidenti richiami al neoclassicismo vicentino; il prospetto ha una sequenza di numerose finestre rettangolari graduate in altezza le quali favoriscono lo slancio verticale e suddividono i quattro piani, un tempo adibiti a diverse fasi della lavorazione tessile e, sul finire del Novecento destinati ad uffici amministrativi e direzionali.

L’imponente portale d’ingresso ha inciso il nome del fondatore e la data di nascita dell’impresa; sulla facciata sono evidenti dieci bassorilievi posti sui parapetti delle finestre simboli dell’importante attività imprenditoriale della famiglia Rossi, come le pecore merinos, le merci e le navi a vapore. Dominano ancora nel mezzo del palazzo gli elmi alati e il caduceo, attributi di Mercurio, dio del commercio e della prosperità.

Giardino e Teatro Jacquard

Giardino_panoramico

Nel 1859, Alessandro Rossi fece costruire il complesso Jaquard, per offrire un luogo di svago e cultura ai lavoratori e cittadini; lo intitolò al francese Jean Marie Jacquard, che aveva brevettato l’omonimo telaio.

Il Giardino Jacquard è opera dell’architetto Antonio Caregaro Negrin il quale fu abile a inserire nuovi elementi e ad armonizzarli con quelli esistenti: questo spazio infatti prima ospitava strutture per la produzione tessile. Particolare è la serra ad esedra che nei mesi più freddi ospitava le orchidee e altre piante curate dal giardiniere dell’orto botanico di Padova. Nella parte posteriore si apre il misterioso ninfeo con un sistema di grotte artificiali e percorsi suggestivi. Lo stile eclettico e la ricchezza di piante anche esotiche, fanno del Giardino un’interessante espressione della cultura veneta, ma anche europea di fine Ottocento.

L’edificio sulla parte destra del giardino, fu casa per il custode, stalla, magazzino, dopolavoro con scuola serale, sala prove per la banda, biblioteca. Nel 1869 il piano superiore dello stabile fu trasformato in Teatro cittadino con una capacità di 800 persone. Nella facciata dell’edificio si aternano alle finestre 12 medaglioni in terracotta, dello scultore milanese Giovanni Battista Boni che raffigurano personaggi illustri della storia di Schio.

Il Giardino Jacquard venne realizzato a partire dal 1859 nella fase di rinnovamento e crescita aziendale promossa da Alessandro Rossi, con l’obiettivo di offrire un luogo di svago e cultura ai lavoratori e cittadini. Inizia così la sistemazione dell’area di fronte al Lanificio Francesco Rossi. Lo stretto legame tra il luogo di lavoro e quello di diletto è rappresentato dal fatto che i due ingressi si trovano esattamente in asse.

Il giardino è intitolato al perfezionatore e brevettatore del telaio per tessitura che permette di realizzare disegni complessi sui tessuti: il francese Jean Marie Jacquard.Questo spazio verde che presenta naturalmente un dolce pendio verso il colle, prima di essere trasformato in un giardino romantico, nel lasso di tempo che va dal 1864 al 1879 circa, ospitava strutture funzionali alla produzione tessile, come asciugatoi e stenditoi per i panni lana e l’antico edificio adibito a tessitura, ovvero l’originario lanificio di Nicolò Tron.

Una parte della tessitura fu sostituita nel tempo con la “Tettoia per gli operai” realizzata dall’ing. Pergameni e ancora visibile a sinistra della cancellata d’ingresso. Il Giardino Jacquard è opera dell’architetto Antonio Caregaro Negrin il quale ha seppe abilmente inserire nuovi elementi a quanto già esistente nel contesto: le due case d’angolo rivolte verso l’attuale Via Pasubio, la torretta ottagonale con tetto a pagoda e la cinquecentesca chiesetta di San Rocco.

La torretta chiudeva un tempo la tessitura ed era destinata a contenere i “pisciatoj” in base all’usanza di utilizzare l’urina nel processo di lavorazione della lana per la sua forte percentuale di ammoniaca. Fu trasformata poi in torre colombara seguendo i canoni tradizionali della villa rurale veneta. Altro elemento significativo del giardino è la sinuosa serra ad esedra che limita la parte pianeggiante e fa da sipario alla parte posteriore. Essa ospitava nei mesi più freddi orchidee ed altre piante curate dal giardiniere dell’orto botanico di Padova. Nella parte retrostante si apre il misterioso ninfeo realizzato con materiali differenti quali la pietra viva, il mattone, la ghiaia di torrente, il ferro per creare un sistema di grotte artificiali, monofore, bifore, archi rampanti, alcuni sinuosi percorsi, rustiche gradinate e il belvedere.

Il Giardino Jacquard con il suo peculiare eclettismo stilistico e la ricchezza di essenze arboree anche esotiche, è un interessante espressione della cultura veneta, ma anche europea di fine Ottocento. L’edificio che limita la parte destra del giardino, un tempo abitazione per il custode, stalla, magazzino, fungeva inizialmente anche da supporto all’attività produttiva del Lanificio Rossi. Dopo il 1860 l’edificio fu trasformato in un dopolavoro con scuola serale, sala prove per la banda, biblioteca. Nel 1869, secondo la volontà del committente e con fini educativi, il piano superiore dello stabile fu trasformato in Teatro cittadino capace di ospitare 800 persone.

Nella sala teatrale a forma di ferro di cavallo si rappresentavano operette e melodrammi ispirati alla vita degli operai, spettacoli musicali e assemblee. Il piano terra ospitava la biglietteria e la sala per il caffè; l’intero complesso fungeva propriamente da centro culturale polifunzionale per tutta la cittadinanza.

La facciata lombardesca dell’edificio alterna alle finestre, inquadrate da fasce rosse, 12 medaglioni in terracotta, realizzati dallo scultore milanese Giovanni Battista Boni che raffigurano personaggi illustri della storia di Schio: Fra Giovanni da Schio (1200-1600), Francesco Gualtieri, pittore (sec. XIII), Gian Paolo e Giulio Manfron, condottieri (sec. XV-XVI), Girolamo Bencucci, vescovo e diplomatico (1481-1533), Bernardino Trinagio, letterato (1512-1577), Nicolò Tron, nobile veneziano e industriale laniero (1685-1772), Giano Reghellini, medico (1710-1772), Francesco Griselini, letterato (1717-1783), Carlo Bologna, letterato (1765-1842), Pietro Maraschin, geologo (1774-1825), Ambrogio Fusinieri, scienziato (1775-1853).

Il Complesso Giardino Jacquard nel suo insieme costituisce un prezioso esempio di giardino tardo romantico, dove il progettista ha saputo esprimere la sua cultura eclettica armonizzandola con la volontà del committente Alessandro Rossi rappresentato nel monumento in bronzo, opera di Achille Alberti, che accoglie i visitatori proprio appena varcato l’ingresso del Giardino.

Monumento Alessandro Rossi

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© Comune di Schio

Di fronte alla chiesa di Sant’Antonio si eleva il monumento ad Alessandro Rossi, un’opera in bronzo dello scultore e senatore Giulio Monteverde, inaugurata nel 1902.

Furono un Comitato Cittadino e l’Amministrazione comunale, dopo la morte di Rossi nel 1898, a voler realizzare un monumento per celebrare la memoria dell’uomo che aveva avviato l’industrializzazione nel territorio e portato il Lanificio Rossi a diventare la più grande industria italiana nella seconda metà dell’Ottocento.

Il monumento lo rappresenta in posizione fiera con la mano destra lungo il fianco mentre la sinistra poggia sui libri, simbolo dello studio. In basso un bambino si solleva sulle ginocchia di una giovane donna, che probabilmente rappresenta la Città di Schio, per offrire un fiore al senatore. Sul basamento una targa ricorda la fondazione dell’Istituto tecnico industriale “Rossi“ di Vicenza.

La statua si trova in posizione significativa e centrale rispetto alla chiesa di Sant’Antonio Abate, alle ex Scuole Elementari, al Quartiere Operaio e alla ferrovia, tutte opere realizzate grazie alla volontà e sostegno finanziario di Alessandro Rossi.

Nel quadrivio di fronte alla chiesa di Sant’Antonio si eleva il monumento ad Alessandro Rossi, un’opera di bronzo realizzata dallo scultore e senatore Giulio Monteverde nel 1902 e inaugurata il 12 ottobre dello stesso anno. Un Comitato Cittadino autocostituitosi e l’Amministrazione comunale, dopo la morte del Rossi avvenuta il 28 febbraio 1898, desiderarono fortemente far realizzare un monumento per ricordare e celebrare la memoria dell’uomo che avviò l’industrializzazione nel territorio e portò il Lanificio Rossi a diventare la più grande industria italiana nella seconda metà dell’Ottocento.

Il Rossi è posto in posizione fiera su una base cilindrica con ruota dentata sulla parte finale; tiene una mano lungo il fianco mentre la sinistra poggia sui libri posti su un tavolino,simboli dei valori cardine a cui tendeva sempre l’industriale: il lavoro e lo studio. Più in basso un bambino si solleva sulle ginocchia di una giovane donna per offrire un fiore al senatore; la donna probabilmente rappresenta la Città di Schio, che intende proporre alle generazioni future (il bambino) l’ideale di vita rossiano basato sul binomio cultura-lavoro.

Sul basamento è inoltre posta una targa che ricorda l’anniversario di fondazione dell’Istituto tecnico industriale “Rossi “ di Vicenza finanziato e nato per volontà dello stesso industriale. Il problema scolastico educativo appassiona e impegna l’intera vita di Alessandro Rossi, a conferma del suo profondo desiderio di miglioramento del sistema e della politica scolastica del tempo. La statua si trova in posizione significativa e centrale rispetto alla chiesa di Sant’Antonio Abate, alle ex Scuole Elementari, al Quartiere Operaio la Nuova Schio e ferrovia, tutte opere realizzate grazie alla volontà e sostegno finanziario del senatore Rossi.

Quartiere Operaio La Nuova Schio

QuartiereOperaio

© Comune di Schio

Realizzato tra il 1872 e il 1890 su un’ area di circa 152.000 metri quadrati, fu per il progettista Antonio Caregaro Negrin una sfida. Alessandro Rossi intendeva realizzare un piano urbanistico e sociale per soddisfare le esigenze di molti lavoratori che si trasferivano in Città. Il progetto preferì uno sfruttamento razionale del terreno con un’organizzazione rigorosa dello spazio e un sistema viario ad assi rettilinei ed ortogonali.

Le abitazioni erano divise in quattro classi: case signorili unifamiliari di prima e seconda classe per dirigenti e tecnici, varie nello stile e allineate lungo il viale maggiore; case di terza e quarta classe, localizzate nella parte più interna del villaggio e destinate agli operai (come in via A. Fusinieri).

Le abitazioni, rispondenti alle norme igienico sanitarie, erano vendute direttamente o a riscatto. Per evitare che l’area potesse diventare solo un triste dormitorio, il Quartiere ospitava altri servizi a favore degli abitanti, ad esempio l’asilo di maternità, la scuola elementare, i bagni pubblici, il lavatoio. Nel 1890 c’erano oltre 1500 abitanti e più di 200 unità abitative. Dal 1990 l’area è soggetta a vincoli in fase di restauro architettonico.

Il Quartiere Operaio “La Nuova Schio”, realizzato tra il 1872 e il 1890 su un’ area di circa 152.000 metri quadrati a sud-ovest del primitivo centro urbano, fu per il progettista Antonio Caregaro Negrin un piano complesso e per la storia dell’urbanistica italiana un’esperienza nuova. Il committente Alessandro Rossi intendeva attuare un piano urbanistico e sociale per soddisfare le sentite esigenze abitative di molti lavoratori che si trasferivano in Città. Si era già tentato di risolvere la questione delle abitazioni con la costruzione di un edificio detto il palazzon, situato accanto all’opificio centrale di Via Pasubio, ma l’edificio si dimostrò ben presto insufficiente a soddisfare i bisogni della crescente comunità.

Il progetto iniziale dell’architetto, che si avvalse della collaborazione di alcuni ingegneri del lanificio (E. Larsimon Pergameni, G.B. Saccardo e S. De Pretto, C. Letter) prevedeva la costruzione di una Città Giardino con residenze circondate da verde, strade e viali ad andamento curvilineo e sinuoso, tranne le due arterie principali – Via A. Rossi e Via Pietro Maraschin – poste in senso ortogonale. A tale pianificazione si preferì uno sfruttamento più razionale del terreno e fu pertanto realizzato un progetto con un’organizzazione spaziale rigorosa e con un sistema viario ad assi rettilinei ed ortogonali.

Le abitazioni erano divise in quattro classi: case signorili di prima e seconda classe per dirigenti e tecnici anche stranieri, unifamiliari, varie nello stile e perlopiù allineate lungo il viale maggiore; le abitazioni di terza e quarta classe, invece, erano localizzate nella parte più interna del villaggio e destinate agli operai (significativa per questa tipologia è via A. Fusinieri), con attenzione a mescolare e collocare nella stessa area urbana anche alcune abitazioni singole al fine di accogliere una popolazione socialmente diversificata in una ricercata armonia tra capitale e lavoro. Le abitazioni interne sono costruite secondo il modulo a schiera, ma differenziate negli ornamenti esterni, nell’altezza e obliquità dei tetti, nella forma delle aperture, delle recinzioni ed anche nella cromia. Erano tutte dotate di diverse stanze, cantina, sottotetto, giardino e orto.

Le abitazioni erano vendute direttamente o a riscatto e costavano dalle 2.000 alle 10.000 lire circa: si consideri che un operaio tessile percepiva in media un salario di 1,5 lire al giorno. Oltre agli edifici residenziali, rispondenti ai nuovi canoni igienico- sanitari, il Quartiere ospitava altri servizi a favore degli abitanti, ad esempio l’asilo di maternità, la scuola elementare, i bagni pubblici, il lavatoio, la ghiacciaia… e ciò per non rendere l’area un triste dormitorio. Anche la linea ferroviaria, che conduceva agli stabilimenti Lanerossi di Pieve e Torrebelvicino, attraversava il quartiere residenziale. Il numero massimo di abitanti si ebbe nel 1890 con oltre 1500 abitanti, e più di 200 unità abitative.

Poco oltre l’incrocio tra Via P. Maraschin e Via A. Rossi venne realizzato nel 1879 l’Asilo di Maternità; l’edificio, che fu demolito in seguito al prolungamento della strada, si imponeva con la sua struttura simile ad un tempio e il pronao con colonne doriche. Nel suddetto incrocio era posizionato inizialmente anche il monumento al Tessitore, proprio in linea con l’alta ciminiera interna e con l’ingresso all’area produttiva, la cosidetta “barriera”.Lungo Via Maraschin si possono ancora ammirare: A) villino Crutzen, B) casa del capofilanda, ora “Giuli”C)palazzina per cinque abitazioni, D) villino Giovanni RossiNel corso nel 1900 numerosi interventi nei lotti ancora liberi con l’edificazione di nuove costruzioni e interventi nelle abitazioni esistenti hanno snaturato l’insieme architettonico della Nuova Schio.

Dal 1990 è stato positivamente stabilito un piano particolareggiato di iniziativa comunale di salvaguardia e riqualificazione dell’area che pone dei vincoli in fase di restauro architettonico.

Scuola Convitto di Pomologia e Orticoltura

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© Comune di Schio

La struttura, situata all’interno del quartiere operaio “Nuova Schio”, aveva il compito di dare una formazione teorica ai futuri agricoltori e va collegata a quanto Alessandro Rossi stava realizzando a Santorso nel Podere Modello, vicino alla sua villa, dove si svolgevano le attività pratiche.

Progettata dall’architetto Antonio Caregaro Negrin negli anni 1883-84 si distingue per la maestosa architettura di tipo prealpino. L’impegno nell’ambito scolastico e formativo di Alessandro Rossi, non si limitò dunque al campo industriale, ma si estese anche a quello agricolo, per renderlo più moderno.

La scuola fu chiusa alla fine dell’Ottocento e l’edificio venne utilizzato come scuola elementare, denominata “scuola di campagna” e successivamente come “fabbrica di cioccolato”. Oggi ha una destinazione residenziale e nell’edificio a due piani ha sede dal 1971 la sezione locale del Club Alpino Italiano.

All’interno del quartiere operaio “Nuova Schio”, oltre agli edifici abitativi, Alessandro Rossi commissionò per il villaggio alcune strutture complementari ad uso sociale, evitando così di rendere l’area un semplice dormitorio. Vennero realizzati servizi quali: bagni pubblici, ghiacciaia, lavatoio, scuole. Alcune di queste strutture sono andate perdute, mentre altre hanno cambiato destinazione d’uso, come nel caso della Scuola di Pomologia. Progettata dall’arch. Antonio Caregaro Negrin negli anni 1883-84 si distingue per la maestosa architettura di tipo prealpino, ispirata a modelli belgi e tedeschi, tetto a due spioventi e numerose finestre rettangolari.

È costituita da tre piani nel corpo centrale e due nelle ali laterali. L’intonaco, come molte abitazioni del quartiere, si presenta costituito da differenti fascie cromatiche, gialle e rosse. La Scuola di Pomologia aveva il compito di formare da un punto di vista teorico i futuri agricoltori e va collegata a quanto il senatore A. Rossi stava realizzando a Santorso nel Podere Modello, attiguo alla sua villa, dove si svolgevano le attività pratiche grazie alla presenza di numerose serre, macchinari ed altri impianti per una produzione agricola.

L’impegno nell’ambito scolastico e formativo di Alessandro Rossi, non si limitò dunque al campo industriale, ma si estese anche a quello agricolo, allo scopo di favorirne la modernizzazione. La scuola venne chiusa sul finire dell’Ottocento indirizzando i giovani presso altre sedi e l’edificio venne utilizzato come scuola elementare, denominata “scuola di campagna” e successivamente come “fabbrica di cioccolato”.

La funzione attuale, dopo l’ intervento di restauro è residenziale, mentre nell’edificio a due piani ha sede dal 1971 la sezione locale del Club Alpino Italiano.

Villino Giovanni Rossi

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Villa Giovanni Rossi

Giovanni Rossi, figlio di Alessandro, realizzò la sua villa tra il 1876 e il 1890 su progetto dell’architetto Antonio Caregaro Negrin nell’attuale Via Pietro Maraschin, la via principale del Quartiere Operaio, lungo la quale si affacciano le abitazioni di prima classe, le più eleganti e prestigiose del quartiere.

La villa venne ampliata negli anni 1896-’98 ad opera dell’ing. Gaetano Rezzara. L’interno era riccamente arredato, con pregevoli rivestimenti in legno, stucchi, decorazioni parietali ed elementi in ferro battuto. Il parco che era più ampio dell’attuale, comprendeva terreni a frutteto, un padiglione a pianta esagonale rustico decorato secondo l’arte cinese e la casa per il giardiniere. La recinzione mostra un’interessante tessitura muraria in ciottoli e mattoni che creano piacevoli giochi di colore. Nel 1989 la Soprintendenza di Verona ha eseguito un intervento di restauro del tetto, finanziato dal Ministero dei Beni Culturali.

L’edificio è di proprietà del demanio.

Giovanni Rossi, figlio dell’imprenditore Alessandro, realizzò la sua villa tra il 1876 e il 1890 su progetto dell’architetto Antonio Caregaro Negrin nell’attuale Via Pietro Maraschin, la via principale del Quartiere Operaio, lungo la quale si affacciano le abitazioni di prima classe, le più eleganti e prestigiose del quartiere.

La pianta originaria di questa abitazione era quadrata e la facciata tripartita con la parte centrale leggermente prominente, chiusa in alto da un semplice elemento decorativo in uno stile che precorreva il Liberty. Al piano nobile si giungeva un tempo mediante una gradinata esterna a due rampe di forma elllittica.

La villa venne ampliata negli anni 1896-’98 ad opera dell’ing. Gaetano Rezzara che raddoppia l’originale planimetria e sostituisce la gradinata d’ingresso con un’unica rampa che conduce al loggione. L’interno era riccamente arredato, con pregevoli rivestimenti in legno, stucchi, decorazioni parietali ed elementi in ferro battuto.

© Comune di Schio

© Comune di Schio

Il parco circostante, più ampio dell’attuale, inglobava terreni a frutteto, un padiglione a pianta esagonale rustico con elementi decorativi dell’arte cinese e casa per il giardiniere. La recinzione presenta un’interessante tessitura muraria in ciottoli e mattoni che creano piacevoli giochi cromatici.Nel 1989 la Soprintendenza di Verona ha eseguito un intervento di restauro finanziato dal Ministero dei Beni Culturali per il risanamento delle coperture.

L’edificio è di proprietà del demanio.

Teatro Civico

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© Edoardo Peretto

Il teatro è segno materiale della vitalità anche culturale raggiunta dalla Città di Schio all’inizio del XX secolo e fu costruito all’interno del Nuovo Quartiere Operaio. Nel 1906, si costituì a Schio una “Cooperativa per il Teatro Nuovo” per dotare la Città di un nuovo teatro che potesse rispondere alle nuove esigenze di cultura. Fu così bandito un concorso di progettazione e venne scelto quello dell’architetto vicentino Ferruccio Chemello mentre la costruzione fu affidata al capomastro Antonio Carretta.

Lo stile dell’edificio è eclettico con impianto del teatro all’italiana: sala a ferro di cavallo, platea, palchi e ampio loggione. Per i solai e il loggione venne usato il cemento armato, materiale innovativo per il tempo, in quanto resistente al fuoco. Fu inaugurato nel 1909 con la rappresentazione dell’opera lirica Mefistole di Arrigo Boito. Il piano della platea era smontabile e sotto c’era una pista per la cavallerizza. Conteneva 700 posti a sedere.

Il teatro fu realizzato con molta cura e con tutte le comodità per artisti e ballerine. Al secondo piano del teatro si trova un’elegante sala conferenze intitolata a Giovanni Calendoli. A seguito di restauro, il Teatro Civico è stato riaperto al pubblico il 29 marzo 2014.

Il teatro non rientra strettamente nella rete di istituzioni operaie o culturali volute da Alessandro Rossi, pur tuttavia è segno materiale della vitalità non solo industriale ma anche culturale raggiunta dalla Città di Schio all’inizio del XX secolo e viene costruito proprio all’interno del Nuovo Quartiere Operaio.

Nel 1906, si costituì a Schio una “Cooperativa per il Teatro Nuovo” con lo scopo di dotare la Città di un nuovo teatro che potesse rispondere alle sue crescenti istanze culturali; la presidenza fu affidata al barone Alessandro Rossi, nipote dell’omonimo industriale. Viene bandito un concorso di progettazione e tra i progetti presentati viene scelto quello dell’architetto vicentino Ferruccio Chemello mentre la costruzione viene affidata al capomastro Antonio Carretta. L’edificio è concepito in stile eclettico con impianto del teatro all’italiana: sala a ferro di cavallo, platea, palchi e ampio loggione.

Per la costruzione del Teatro civico il progettista utilizza il cemento armato (solai e loggione), materiale al tempo innovativo scelto per ragioni strutturali e di resistenza al fuoco. Il 9 giugno 1909 avvenne la solenne inaugurazione del Teatro con la rappresentazione dell’opera lirica Mefistole di Arrigo Boito, scelta per mostrare al pubblico le grandi possibilità sceniche.

L’edificio presenta nella facciata principale tre grandi arcate che permettono l’accesso all’atrio e poi, mediante scale di marmo di Chiampo, si giunge nella platea un tempo vastissima e occupata tutta da poltrone e scanni. Il piano della platea era smontabile e sotto vi si trovava una pista per la cavallerizza, ai lati file di palchi e il loggione capace di 700 posti a sedere.

Il teatro fu realizzato con molta cura e con tutte le comodità che la pratica aveva fino a quel tempo suggerito: dal riscaldamento nei 15 camerini per gli artisti e ballerine, alla preziosità del sipario di velluto color cremisi. Al secondo piano del teatro si trova un’elegante sala conferenze intitolata a Giovanni Calendoli.

Lo storico edificio, a seguito di restauro condiviso, è stato riaperto al pubblico il 29 marzo 2014.

Lanificio Cazzola

Si trova nella parte occidentale della Città, ai margini del quartiere operaio, lungo il corso della Roggia Maestra. La fabbrica fu edificata nel 1860 da Pietro Cazzola e ampliato dal figlio Luigi (1846-1932). Pietro era un ex incollatore del Lanificio Rossi che si mise in proprio. Il lanificio ha una superficie di oltre 30 000 mq. più della metà coperti, produceva principalmente tessuti cardati e dava lavoro a cento persone. Al centro del cortile è stato posizionato il busto di Pietro Cazzola.

Durante la Prima Guerra Mondiale, per la vicinanza di Schio al fronte, parte dell’attività produttiva tessile era stata trasferita nella zona di Monza, lasciando posto alla Croce Rossa Americana. Di cui faceva parte Ernest Hemingway, il celebre scrittore Americano. Della sua breve permanenza a Schio nel giugno del 1918, trasse ispirazione per molte sue opere, pima fra tutte Addio alle Armi. Lo stabile è stato recentemente restaurato e ospita oggi residenza private.

Il lanificio Cazzola sorge nella parte occidentale della Città, ai margini del quartiere operaio rossiano e si sviluppa lungo il corso della Roggia Maestra che ne definisce il confine settentrionale. A sud il complesso produttivo costeggia il sedime dell’antica ferrovia Schio-Torrebelcino. L’opificio fu edificato nel 1860 ad opera di Pietro Cazzola e ampliato dal figlio Luigi (1846-1932); Pietro era un ex incollatore del Lanificio Rossi messosi in proprio con alcuni telai esattamente sul luogo dove un tempo esisteva un antico follo.

Il complesso laniero subisce, come molte altre strutture produttive locali, considerevoli ampliamenti e innovazioni tecnologiche sul finire dell’Ottocento e in età giolittiana, mantenendo tuttavia particolare e costante attenzione nel rispettare i caratteri costruttivi originari. Nel suo insieme il lanificio ha una superficie di oltre 30 000 mq, più della metà coperti: si estende in senso orizzontale con tre bracci a due piani che si affacciano sul cortile interno dove al centro è stato posizionato il busto di Pietro Cazzola.

L’ampio stabilimento produttivo, realizzato in laterizio e sasso a vista, presenta un caratteristico e piacevole basso prospetto con due file di ampie finestre. L’ingresso centrale è semplice, piacevole il balcone con l’orologio che lo sormonta e il tetto con spioventi a capanna. Il lanificio produceva principalmente tessuti cardati e dava lavoro ad un centinaio di persone.

Al Lanificio Cazzola è collegata una curiosa memoria storica. Durante la Prima Guerra Mondiale, a causa della vicinanza di Schio al fronte, parte dell’attività produttiva tessile era stata trasferita nella zona di Monza, lasciando posto alla Croce Rossa Americana, il cui comando si era insediato nella sala dei disegnatori, mentre nella sala noppaggio era stato ricavato un dormotorio; faceva parte della quarta sezione dell’American Red Cross Ernest Hemingway, il celebre scrittore Americano. Della sua breve permanenza a Schio nel giugno del 1918, trasse ispirazione per molte sue opere, pima fra tutte Addio alle Armi.

Il lanificio è oggetto di recente restauro e riuso a fini abitativi.

Fabbrica Saccardo

Fabbrica_Saccardo

© Comune di Schio

Nel 1885 Giuseppe Saccardo inizia per primo in Italia la fabbricazione di spole di carta e navette in legno per la tessitura, consapevole di quanto il settore tessile dipendesse all’epoca dalla tecnologia straniera. La prima sede della ditta si trova nel centro storico di Schio, lungo la Roggia Maestra nella Via Nova (attuale Via Btg Val Leogra) e pochi anni dopo si sposta in un locale di fronte al precedente.

Nel 1892, un incendio propagatosi da un edificio attiguo distrusse la fabbrica. Lo stabilimento fu trasferito sulla fascia collinare verso l’Altopiano del Tretto, all’imbocco della Val dell’Orco, che con la sua acqua poteva fornire energia ai macchinari. L’area collinare soprastante garantiva manodopera e legname. I fabbricati con due svettanti ciminiere sono caratterizzati dalla sequenza modulare dei tetti a capanna che sovrastano facciate scandite dalla ritmica successione di finestre semplici o binate e circolari nei sottotetti.

I prodotti Saccardo, per la loro qualità e perfezione, divennero ben presto concorrenziali con quelli delle più celebri e importanti aziende francesi, svizzere e inglesi: l’opificio venne gradualmente ampliato e dotato di nuova caduta d’acqua capace di circa 200 cavalli vapore che supportò ogni ulteriore sviluppo.

© Comune di Schio

© Comune di Schio

Nel 1905 la Società si trasformò nella Anonima Industrie Saccardo con la costruzione di un nuovo stabilimento a Novara. L’industria Saccardo riservò particolare attenzione all’aspetto pubblicitario commissionando a Fortunato Depero alcuni manifesti pubblicitari di notevole impatto visivo. Le nuove tecnologie in campo tessile e la contingenza economica sfavorevole causarono negli anni sessanta l’abbandono delle fabbriche, con il trasferimento dell’attività restante in un nuovo insediamento.

Dal 1991, a seguito di lavori di recupero ed adattamento degli stabili dsmessi, venne creato il Consorzio Progresso dando così vita a diversi nuovi laboratori artigiani, studi professionali ed artistici.Il corpo centrale dell’edificio, internamente restaurato, è uno spazio polifunzionale per eventi, mostre e laboratori.

Ambulatorio medico-chirurgico

L’edificio fu progettato dall’ingegnere Gaetano Rezzara e rappresenta una tardiva testimonianza dello stile palladiano. La copertura a carena di nave rovesciata rivestita da lamiere di rame richiama infatti la struttura della nota Basilica Palladiana di Vicenza.

Fu aperto nel 1898 e dedicato all’industriale Alessandro Rossi a ricordo del suo cinquantesimo anniversario di matrimonio. Nel 1896 la contessa Lucchese-Folco aveva infatti donato all’Ospedale un terreno prativo da destinarsi alla costruzione di “un ambulatorio medico-chirurgico, che un comitato di capi ed operai del Lanificio Rossi si propone di costruire a proprie spese”.

L’ambulatorio medico-chirurgico venne aperto nel 1898 e dedicato all’industriale Alessandro Rossi a ricordo delle cinquantesimo anniversario di matrimonio. La contessa Lucchese-Folco nel 1896 aveva infatti donato all’Ospedale un terreno prativo da destinarsi alla costruzione di “un ambulatorio medico-chirurgico, che un comitato di capi ed operai del Lanificio Rossi si propone di costruire a proprie spese”.

L’edificio, preceduto da un piccolo pronao corinzio, fu progettato dall’ingegnere Gaetano Rezzara e rappresenta una tardiva testimonianza dello stile palladiano. La copertura a carena di nave rovesciata rivestita da lamiere di rame si ricollega facilmente alla struttura della nota Basilica Palladiana di Vicenza.

Chiesa di Sant’Antonio Abate

Fu eretta nel 1879 su progetto dell’architetto Antonio Caregaro Negrin in stile lombardo-bizantino sul luogo dove già si c’era una piccola cappella annessa all’adiacente monastero delle Agostiniane e di fronte al giardino pubblico intitolato ai “Donatori di Sangue”.

Voluta da Alessandro Rossi per coronare le sue iniziative assistenziali nei confronti dei lavoratori, la chiesa non fu solo simbolo di una profonda concezione cattolica del committente, ma doveva essere anche fisicamente il punto di collegamento tra il Nuovo Quartiere Operaio e la parte antica della Città.

L’interno è riccamente decorato da dipinti e sculture di artisti del Triveneto. Uno dei due altari laterali che già era stato altar maggiore nell’antica chiesa, è tra le opere di maggior pregio artistico della Città. L’altare fa da degna cornice alla pala del 1700 di Antonio Zanchi, raffigurante la Madonna della Cintura tra Santa Maria Maddalena, Santa Lucia, Sant’Antonio abate, Sant’Agostino e la madre Santa Monica.

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